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E intanto, mentre non c'eri...

Maria Agostina


Don Quisciotte
Questo mese, 15-11-2022
Confessioni
Sant’Agostino

diffido da chi si professa innamorato/fidanzato/sposato col Signore... abbandonato

Maria Agostina


Don Quisciotte
Questo mese, 15-11-2022
Il Paradiso è altrove

bella la scrittura, bello perché catturi, bellobellobello

Maria Agostina


Don Quisciotte
Questo mese, 15-11-2022
Il Monte Analogo

parecchio noioso

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Marcello Fois

In Sardegna non c'è il mare

Voto medio della comunità Lìberos
Recensioni (7)
Inserito il 28-09-2017 da Luisa
Aggiornato il 15-11-2022 da Maria Agostina
Disponibile in 61 librerie
Inserito il 28-09-2017 da Luisa
Aggiornato il 15-11-2022 da Maria Agostina
Disponibile in 61 librerie

«La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve… Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di "divertimentificio", la costa barbaricina rifiuta la condizione di "Caraibi del Mediterraneo", che tanto piace ai tour operators improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi cioè passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove è sempre estate, a quella barbaricina dove le stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l'estate sostanzia il mare, l'inverno sostanzia i monti... a Nuoro, in Barbagia, d'inverno... Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto più straordinario dell'intera strada statale 131, dal mare fino all'interno, salendo appena sareste gratificati nella vista e nell'olfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e d'azzurro, di pini, di lentischio, vigneti, querceti; di mare e montagne che si baciano. Nuoro è più in là, seminascosta, sull'altipiano.»
Con penna tenera e crudele Marcello Fois si racconta e racconta la sua Sardegna, i profumi, la luce, il pregiudizio della "sarditudine", la Barbagia – una Sardegna, una delle tante.

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Recensioni

Antonia

Ho trovato questo piccolo libro pieno di spunti e contenuti.Più vado avanti con la lettura dei libri del mio concittadino e più mi convinco che è davvero bravo!!

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vivy.onnis

Una delle cose per cui si ama uno scrittore piuttosto che un altro è per la sua capacità di dare forma a pensieri, sensazioni, emozioni che in noi, seppure nitidi quanto a percezione, fino all’incontro con lui erano sempre rimasti piuttosto vaghi quanto a definizione. Ecco, la mia idea di Sardegna io l’ho trovata ben definita nelle pagine di Marcello Fois. L’ho trovata nelle parole di uno che, in quanto sardo, questa terra - aspra come il nome che porta - la conosce da dentro e che, in quanto “emigrato”, la osserva anche da fuori. Fois guarda alla Sardegna con gli occhi di una madre che debba giudicare il proprio figlio: uno sguardo severo sì, attento ad ogni pecca certamente, ma pur sempre affezionato e quindi piuttosto indulgente. È un quadro che appare piuttosto chiaro nell’intenso “Dura madre”, ma che diventa ancora più nitido nel recentissimo “In Sardegna non c’è il mare”. Non sempre chiara, a dire il vero, è la forma con cui in quest’ultima fatica Fois esprime il proprio punto di vista: vuoi per citazioni troppo colte, vuoi perché talvolta dà per scontate nozioni e conoscenze che non tutti i suoi potenziali lettori hanno o possono avere (troveranno, per esempio, un grosso limite per la comprensione di certi passaggi coloro che, residenti o meno in Sardegna, abbiano una conoscenza scarsa o nulla di certi indirizzi politici attualmente dominanti a livello regionale). Enigmatico è, del resto, già il titolo, il cui significato sta al lettore scoprirlo passo passo (o almeno provare a farlo …). Però, al di là di queste difficoltà, Fois chiama le cose con il loro nome (proprio come faceva Grazia Deledda, sua “compaesana” e premio Nobel per la Letteratura, alla quale lo scrittore dedica alcune illuminanti riflessioni) e non lascia spazio ad alcuna ambiguità quando si tratta di prendere posizione su questioni anche piuttosto delicate, per cui chi vuole capire alla fine capisce. E capisce tutto: il detto ed il non detto. Ma c’è di più: “In Sardegna non c’è il mare” - che è un po’ saggio, un po’ manifesto, un po’ autobiografia – è un libro che ha qualcosa da dire a tutti, non solo ai sardi. Ed è un libro in cui si parla di tutto (politica, cultura, turismo, ambiente, enogastronomia, folklore, persino un po’ di sport) senza fermarsi alla sola Sardegna, ma andando oltre fino a parlare dell’Italia e dell’Europa (forse, a ben guardare, al mondo intero). Sono pagine attraverso le quali, partendo dal particolare, è facile arrivare alla regola generale, anche perché spesso è l’autore stesso a suggerirlo, come quando – riallacciandosi a “Il quinto passo è l’addio” dell’indimenticabile Sergio Atzeni, altro grande scrittore sardo che troppo presto ha lasciato questa terra - scrive: «Uno illusione, due entusiasmo, tre realtà, quattro delusione, cinque fine, addio. Il Dna della Sardegna, dell’Italia, dell’Europa, insomma. […] ci gloriamo di aver generato un nuovo corso, […] parliamo senza vergogna di “rinascimento” con la solita, vecchia presunzione di chi ritiene possibile poter giudicare i propri tempi». Ma il ragionamento è agevole anche quando Fois non lo suggerisce, come nei passaggi dedicati al problema della o delle identità. Sostiene, ad esempio, l’autore che non si possa parlare di una Sardegna, perché in realtà esistono tante Sardegne (ed in questa molteplicità, se ben gestita, risiede la ricchezza di questa terra); afferma anche che i sardi si considerano un unico popolo solo quando varcano il mare, ma finché vivono entro i confini dell’Isola ogni zona geografica ha il suo “mini-popolo”. Ebbene, non gli si può dar torto: facendo conto che sia possibile ed opportuno ragionare per stereotipi, il sardo-nuorese non è il sardo-cagliaritano così come quest’ultimo si considera persona ben diversa dal sardo-campidanese (che pure abita nei territori limitrofi ai suoi). Ma, soprattutto, non c’è bisogno di aver vissuto fuori dall’Isola per intuire che questa mentalità individualista e campanilista non è una caratteristica esclusivamente dei sardi (un pisano non vorrà certo essere paragonato ad un livornese; un casertano non vorrà certo essere confuso con un napoletano; un romano ed un milanese si sentiranno parte dello stesso popolo solo se messi di fronte ad un francese, un tedesco o un cinese). D’altronde, i vecchi detti non sbagliano mai e non a caso si dice che tutto il mondo è paese. Ma Fois non bacchetta solo chi è troppo schiavo dei campanilismi: ha qualcosa da dire anche ai malati di esterofilia, in senso lato. Agli uni ed agli altri suggerisce la strategia (senz’altro vincente) per affrontare al meglio anche le sfide della globalizzazione:partire dalla coscienza delle proprie origini, della propria identità (quella vera, non quella artificiosamente creata), per poi aprirsi al cambiamento che viene da fuori, purché con spirito critico, pronti a prendere qualcosa di nuovo ma anche a promuovere ciò che qui è “vecchio” ma che può essere “nuovo” agli occhi dell’altro. Tutto, naturalmente, secondo la regola dello scambio equo e della pari dignità tra le parti. Voglio chiudere con alcune parole dello stesso Fois, cariche tanto di rimprovero quanto d’amore e di speranza, perché penso che possano avere un valore non solo per i sardi ma anche per tutti gli italiani (e forse non solo per loro): «Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi.» Questa recensione potete trovarla anche qui: http://www.ilmiogiornale.org/riflessioni-su-in-sardegna-non-c%E2%80%99e-il-mare-di-marcello-fois/

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Laura

E' un gran bel libro, fa chiarezza su tanti luoghi comuni, purtroppo accettati anche da noi sardi, sulla nostra reale o presunta "sardità". Le due pagine sull'invidia dei sardi raccontano di noi più di un trattato di antropologia. La sezione "Formattazione di uno scrittore sardo" è illuminante per quanti non si rassegnano all'idea che in Sardegna per essere scrittori si debbano evocare i fantasmi di una tradizione reinventata ad uso e consumo dei non isolani...

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Maria Agostina

che ridere... carino

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andreRHCP

consigliati a chi conosce un minimo la sardegna

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Valentina "Pisty"

Chiara descrizione di come funziona la testa di "noi" sardi :D molto carino!

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Giampiero

Forse Marcello Fois ha dato al suo editore alcuni materiali che teneva nel cassetto della scrivania e ne è venuto fuori un libretto di riflessioni per lo più banali. Da salvare invece i passaggi autobiografici.

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Editore: Laterza

Lingua: Italiano

Numero di pagine: 129

Formato: (DATO NON PRESENTE)

ISBN-10: 8842082929

ISBN-13: 9788842082927

Data di pubblicazione: 2008

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«La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve… Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di "divertimentificio", la costa barbaricina rifiuta la condizione di "Caraibi del Mediterraneo", che tanto piace ai tour operators improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi cioè passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove è sempre estate, a quella barbaricina dove le stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l'estate sostanzia il mare, l'inverno sostanzia i monti... a Nuoro, in Barbagia, d'inverno... Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto più straordinario dell'intera strada statale 131, dal mare fino all'interno, salendo appena sareste gratificati nella vista e nell'olfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e d'azzurro, di pini, di lentischio, vigneti, querceti; di mare e montagne che si baciano. Nuoro è più in là, seminascosta, sull'altipiano.»
Con penna tenera e crudele Marcello Fois si racconta e racconta la sua Sardegna, i profumi, la luce, il pregiudizio della "sarditudine", la Barbagia – una Sardegna, una delle tante.

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Ho trovato questo piccolo libro pieno di spunti e contenuti.Più vado avanti con la lettura dei libri del mio concittadino e più mi convinco che è davvero bravo!!

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vivy.onnis

Una delle cose per cui si ama uno scrittore piuttosto che un altro è per la sua capacità di dare forma a pensieri, sensazioni, emozioni che in noi, seppure nitidi quanto a percezione, fino all’incontro con lui erano sempre rimasti piuttosto vaghi quanto a definizione. Ecco, la mia idea di Sardegna io l’ho trovata ben definita nelle pagine di Marcello Fois. L’ho trovata nelle parole di uno che, in quanto sardo, questa terra - aspra come il nome che porta - la conosce da dentro e che, in quanto “emigrato”, la osserva anche da fuori. Fois guarda alla Sardegna con gli occhi di una madre che debba giudicare il proprio figlio: uno sguardo severo sì, attento ad ogni pecca certamente, ma pur sempre affezionato e quindi piuttosto indulgente. È un quadro che appare piuttosto chiaro nell’intenso “Dura madre”, ma che diventa ancora più nitido nel recentissimo “In Sardegna non c’è il mare”. Non sempre chiara, a dire il vero, è la forma con cui in quest’ultima fatica Fois esprime il proprio punto di vista: vuoi per citazioni troppo colte, vuoi perché talvolta dà per scontate nozioni e conoscenze che non tutti i suoi potenziali lettori hanno o possono avere (troveranno, per esempio, un grosso limite per la comprensione di certi passaggi coloro che, residenti o meno in Sardegna, abbiano una conoscenza scarsa o nulla di certi indirizzi politici attualmente dominanti a livello regionale). Enigmatico è, del resto, già il titolo, il cui significato sta al lettore scoprirlo passo passo (o almeno provare a farlo …). Però, al di là di queste difficoltà, Fois chiama le cose con il loro nome (proprio come faceva Grazia Deledda, sua “compaesana” e premio Nobel per la Letteratura, alla quale lo scrittore dedica alcune illuminanti riflessioni) e non lascia spazio ad alcuna ambiguità quando si tratta di prendere posizione su questioni anche piuttosto delicate, per cui chi vuole capire alla fine capisce. E capisce tutto: il detto ed il non detto. Ma c’è di più: “In Sardegna non c’è il mare” - che è un po’ saggio, un po’ manifesto, un po’ autobiografia – è un libro che ha qualcosa da dire a tutti, non solo ai sardi. Ed è un libro in cui si parla di tutto (politica, cultura, turismo, ambiente, enogastronomia, folklore, persino un po’ di sport) senza fermarsi alla sola Sardegna, ma andando oltre fino a parlare dell’Italia e dell’Europa (forse, a ben guardare, al mondo intero). Sono pagine attraverso le quali, partendo dal particolare, è facile arrivare alla regola generale, anche perché spesso è l’autore stesso a suggerirlo, come quando – riallacciandosi a “Il quinto passo è l’addio” dell’indimenticabile Sergio Atzeni, altro grande scrittore sardo che troppo presto ha lasciato questa terra - scrive: «Uno illusione, due entusiasmo, tre realtà, quattro delusione, cinque fine, addio. Il Dna della Sardegna, dell’Italia, dell’Europa, insomma. […] ci gloriamo di aver generato un nuovo corso, […] parliamo senza vergogna di “rinascimento” con la solita, vecchia presunzione di chi ritiene possibile poter giudicare i propri tempi». Ma il ragionamento è agevole anche quando Fois non lo suggerisce, come nei passaggi dedicati al problema della o delle identità. Sostiene, ad esempio, l’autore che non si possa parlare di una Sardegna, perché in realtà esistono tante Sardegne (ed in questa molteplicità, se ben gestita, risiede la ricchezza di questa terra); afferma anche che i sardi si considerano un unico popolo solo quando varcano il mare, ma finché vivono entro i confini dell’Isola ogni zona geografica ha il suo “mini-popolo”. Ebbene, non gli si può dar torto: facendo conto che sia possibile ed opportuno ragionare per stereotipi, il sardo-nuorese non è il sardo-cagliaritano così come quest’ultimo si considera persona ben diversa dal sardo-campidanese (che pure abita nei territori limitrofi ai suoi). Ma, soprattutto, non c’è bisogno di aver vissuto fuori dall’Isola per intuire che questa mentalità individualista e campanilista non è una caratteristica esclusivamente dei sardi (un pisano non vorrà certo essere paragonato ad un livornese; un casertano non vorrà certo essere confuso con un napoletano; un romano ed un milanese si sentiranno parte dello stesso popolo solo se messi di fronte ad un francese, un tedesco o un cinese). D’altronde, i vecchi detti non sbagliano mai e non a caso si dice che tutto il mondo è paese. Ma Fois non bacchetta solo chi è troppo schiavo dei campanilismi: ha qualcosa da dire anche ai malati di esterofilia, in senso lato. Agli uni ed agli altri suggerisce la strategia (senz’altro vincente) per affrontare al meglio anche le sfide della globalizzazione:partire dalla coscienza delle proprie origini, della propria identità (quella vera, non quella artificiosamente creata), per poi aprirsi al cambiamento che viene da fuori, purché con spirito critico, pronti a prendere qualcosa di nuovo ma anche a promuovere ciò che qui è “vecchio” ma che può essere “nuovo” agli occhi dell’altro. Tutto, naturalmente, secondo la regola dello scambio equo e della pari dignità tra le parti. Voglio chiudere con alcune parole dello stesso Fois, cariche tanto di rimprovero quanto d’amore e di speranza, perché penso che possano avere un valore non solo per i sardi ma anche per tutti gli italiani (e forse non solo per loro): «Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi.» Questa recensione potete trovarla anche qui: http://www.ilmiogiornale.org/riflessioni-su-in-sardegna-non-c%E2%80%99e-il-mare-di-marcello-fois/

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Laura

E' un gran bel libro, fa chiarezza su tanti luoghi comuni, purtroppo accettati anche da noi sardi, sulla nostra reale o presunta "sardità". Le due pagine sull'invidia dei sardi raccontano di noi più di un trattato di antropologia. La sezione "Formattazione di uno scrittore sardo" è illuminante per quanti non si rassegnano all'idea che in Sardegna per essere scrittori si debbano evocare i fantasmi di una tradizione reinventata ad uso e consumo dei non isolani...

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Valentina "Pisty"

Chiara descrizione di come funziona la testa di "noi" sardi :D molto carino!

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