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Susan Abulhawa

Nel blu tra il cielo e il mare

Voto medio della comunità Lìberos
Recensioni (1)
Inserito il 28-09-2016 da Laura
Aggiornato il 28-09-2016 da Laura
Disponibile in 1 libreria
Inserito il 28-09-2016 da Laura
Aggiornato il 28-09-2016 da Laura
Disponibile in 1 libreria

Il romanzo si apre con la voce narrante di Khaled, bambino di dieci anni la cui morte è vicina. Prima di entrare definitivamente nel blu, lo spazio-tempo degli spiriti, racconta la sua storia e quelle delle donne della sua famiglia.
Una storia che ha inizio settant'anni prima, a Beit Daras, sulla via che dalla Palestina conduce verso Il Cairo. Lì vivono Umm Mamduh con le figlie Nazmiyeh e Mariam e il figlio Mamduh. Umm Mamduh è tristemente nota per non avere un marito e temuta perché comunica con il mondo degli spiriti.
Poi il disastro: nel 1948, l'anno della Nakba, la famiglia è costretta dai bombardamenti israeliani a lasciare il paesino, Mariam viene uccisa, Nazmiyeh stuprata e Mamduh ferito gravemente a una gamba. Umm Mamduh scatena il ginn Sulayman contro gli invasori, uccidendone molti prima di soccombere a sua volta. Per i sopravvissuti comincia la dura vita da profughi: Mamduh si trasferisce con la moglie negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Ha un figlio che morirà giovane, dopo aver rinnegato le sue origini arabe, e che gli lascerà un'amatissima nipotina, Nur. Nazmiyeh scopre di essere incinta e sa che il figlio è frutto dello stupro: con il sostegno del marito decide di tenerlo. Nascerà Mazen, che diventerà un leader della lotta palestinese, incarcerato e torturato per oltre vent'anni. Arriveranno altri dodici figli, tra cui l'unica femmina, Alwan, la sola della famiglia ad avere ereditato il potere di interagire con il mondo degli spiriti. Susan Abulhawa ci incanta con una saga familiare che emoziona e rapisce, dove il realismo magico - qui dal gusto arabo, a base di malocchio, antenati e ginn - si fonde magistralmente con la dolorosa violenza della Storia.

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Laura

Dopo il grigiore e il fango dei campi profughi dei Territori occupati della Cisgiordania e del Libano, la delicata scrittura di Susan Abulhawa ci conduce nel blu di Gaza. Nel blu del suo mare, del suo cielo, della sua speranza. Già, perché se questa ha un colore, laggiù si tinge proprio di blu: quello profondo e scintillante del Mediterraneo che accarezza le spiagge di una striscia di terra tra le più densamente popolate al mondo, promettendo crudelmente libertà e suscitando strazianti desideri d’altrove e normalità. A Gaza, infatti, non si è liberi né si vive in condizioni normali: è una prigione a cielo aperto, una dimensione d’esilio perenne, un limbo che ogni giorno precipita nell’inferno della sopravvivenza all’occupazione militare israeliana. Ma il blu, quello tra il cielo e il mare che il titolo evoca, è anche quel luogo di silenzi dove la vita e la morte si confondono e passato e futuro s’incontrano, così come vi si ritrovano insieme uomini e spiriti. È proprio quest’elemento magico dal sapore dolcemente onirico a impreziosire il romanzo che, ancor più che nel precedente “Ogni mattina a Jenin”, ci racconta una storia pressoché al femminile: una storia di donne unite tra loro da indissolubili legami di sangue, terra e disperazione sullo sfondo della Nakba, l’immane e ininterrotta catastrofe che da quasi settant’anni vivono gli arabi della Palestina nel disinteresse del mondo (“fratelli” arabi compresi) e dell’ipocrisia della diplomazia internazionale. E così le vicende delle donne di una famiglia palestinese come tante, dalla matriarca forte come una roccia alla nipotina dall’infanzia stravolta dalla guerra, s’intrecciano a quelle inferte dalla Storia alla loro terra, fino ad avvenimenti non lontani nel tempo come i bombardamenti su Gaza tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 o la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di Hamas nel 2011. Grandi protagoniste del romanzo, la forza e la fragilità delle donne si alternano tra queste pagine, mentre dalle ormai croniche macerie di Gaza emergono non solo brandelli di vite spezzate e sogni recisi, ma anche tanta voglia di un nuovo inizio e, soprattutto, la speranza che si veste immancabilmente di blu.

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Editore: Feltrinelli

Lingua: (DATO NON PRESENTE)

Numero di pagine: 331

Formato: (DATO NON PRESENTE)

ISBN-10: 8807031264

ISBN-13: 9788807031267

Data di pubblicazione: 2015

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Susan Abulhawa

Nel blu tra il cielo e il mare

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Il romanzo si apre con la voce narrante di Khaled, bambino di dieci anni la cui morte è vicina. Prima di entrare definitivamente nel blu, lo spazio-tempo degli spiriti, racconta la sua storia e quelle delle donne della sua famiglia.
Una storia che ha inizio settant'anni prima, a Beit Daras, sulla via che dalla Palestina conduce verso Il Cairo. Lì vivono Umm Mamduh con le figlie Nazmiyeh e Mariam e il figlio Mamduh. Umm Mamduh è tristemente nota per non avere un marito e temuta perché comunica con il mondo degli spiriti.
Poi il disastro: nel 1948, l'anno della Nakba, la famiglia è costretta dai bombardamenti israeliani a lasciare il paesino, Mariam viene uccisa, Nazmiyeh stuprata e Mamduh ferito gravemente a una gamba. Umm Mamduh scatena il ginn Sulayman contro gli invasori, uccidendone molti prima di soccombere a sua volta. Per i sopravvissuti comincia la dura vita da profughi: Mamduh si trasferisce con la moglie negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Ha un figlio che morirà giovane, dopo aver rinnegato le sue origini arabe, e che gli lascerà un'amatissima nipotina, Nur. Nazmiyeh scopre di essere incinta e sa che il figlio è frutto dello stupro: con il sostegno del marito decide di tenerlo. Nascerà Mazen, che diventerà un leader della lotta palestinese, incarcerato e torturato per oltre vent'anni. Arriveranno altri dodici figli, tra cui l'unica femmina, Alwan, la sola della famiglia ad avere ereditato il potere di interagire con il mondo degli spiriti. Susan Abulhawa ci incanta con una saga familiare che emoziona e rapisce, dove il realismo magico - qui dal gusto arabo, a base di malocchio, antenati e ginn - si fonde magistralmente con la dolorosa violenza della Storia.

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Dopo il grigiore e il fango dei campi profughi dei Territori occupati della Cisgiordania e del Libano, la delicata scrittura di Susan Abulhawa ci conduce nel blu di Gaza. Nel blu del suo mare, del suo cielo, della sua speranza. Già, perché se questa ha un colore, laggiù si tinge proprio di blu: quello profondo e scintillante del Mediterraneo che accarezza le spiagge di una striscia di terra tra le più densamente popolate al mondo, promettendo crudelmente libertà e suscitando strazianti desideri d’altrove e normalità. A Gaza, infatti, non si è liberi né si vive in condizioni normali: è una prigione a cielo aperto, una dimensione d’esilio perenne, un limbo che ogni giorno precipita nell’inferno della sopravvivenza all’occupazione militare israeliana. Ma il blu, quello tra il cielo e il mare che il titolo evoca, è anche quel luogo di silenzi dove la vita e la morte si confondono e passato e futuro s’incontrano, così come vi si ritrovano insieme uomini e spiriti. È proprio quest’elemento magico dal sapore dolcemente onirico a impreziosire il romanzo che, ancor più che nel precedente “Ogni mattina a Jenin”, ci racconta una storia pressoché al femminile: una storia di donne unite tra loro da indissolubili legami di sangue, terra e disperazione sullo sfondo della Nakba, l’immane e ininterrotta catastrofe che da quasi settant’anni vivono gli arabi della Palestina nel disinteresse del mondo (“fratelli” arabi compresi) e dell’ipocrisia della diplomazia internazionale. E così le vicende delle donne di una famiglia palestinese come tante, dalla matriarca forte come una roccia alla nipotina dall’infanzia stravolta dalla guerra, s’intrecciano a quelle inferte dalla Storia alla loro terra, fino ad avvenimenti non lontani nel tempo come i bombardamenti su Gaza tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 o la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di Hamas nel 2011. Grandi protagoniste del romanzo, la forza e la fragilità delle donne si alternano tra queste pagine, mentre dalle ormai croniche macerie di Gaza emergono non solo brandelli di vite spezzate e sogni recisi, ma anche tanta voglia di un nuovo inizio e, soprattutto, la speranza che si veste immancabilmente di blu.

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